30 giorni in Italia/E´ finito il novecento

di Gaetano Rasola

Un italiano su quattro sperimenta la povertà. Pare che piaccia tanto, perché tanti, dopo averla provata, rimangono poveri anche per tutta la vita. (Dario Vergassola – Il Misfatto 29/05/2011)

Le strepitose affermazioni dell’area progressista nelle amministrative sono il segnale inequivocabile dell’esaurimento della “spinta propulsiva” del berlusconismo. Sulle ragioni di questo esaurimento sono state dette e scritte biblioteche intere in questi ultimi giorni. Ma è chiaro che tra le cause c’è stata una progressiva insofferenza per l’insopportabile degrado morale, civile, culturale espressi da questa servile classe dirigente. I sindaci delle due città più importanti, Milano e Napoli, meritano un’attenzione particolare per vari motivi: il loro rapporto con i partiti o le aree politiche di riferimento, le primarie, gli ambiti di lavoro in cui possono operare. Le primarie si sono rivelate uno strumento estremamente efficace, la migliore invenzione politica dell’area progressista. Se sono condotte con oculatezza e attenzione. Milano ne rappresenta l’apice. Pisapia viene dall’estrema sinistra, i vituperati comunisti, fatti rinascere dall’ossessiva campagna di Berlusconi per spaventare gli elettori. Quell’area che anche D’Alema e Veltroni non sopportano e che tentano di esorcizzare con ogni mezzo. Ma Pisapia è di un tale spessore professionale, culturale e umano che immediatamente ha messo d’accordo tutti i milanesi. Le sue proposte politiche, molto concrete, su come affrontare la realtà sono state recepite immediatamente. Ora dovrà realizzarle. Può farlo con serenità. Intorno, oltre ai partiti che lo sostengono, ha professionalità, organizzazione, esperienze, entusiasmo. Inoltre la città ha le risorse economiche e produttive per affrontare e sperimentare anche soluzioni nuove per i diversi problemi.
Ben diversa appare la situazione di Luigi De Magistris (Gigino ‘o sinnaco). È praticamente solo. I partiti che poi lo hanno sostenuto sono venuti tutti nel ballottaggio senza alcun entusiasmo. L’ambiguità regna sovrana. Persino l’Idv aveva dubbi sulla sua candidatura. L’unica garanzia è la sua professionalità di magistrato, le sue pericolose e difficili esperienze contro il malaffare nelle istituzioni. Basterà questo a sostenerlo nell’impresa titanica di risanare Napoli? Napoli non è Milano, non si adegua facilmente alle regole, ha grossissimi problemi di camorra, non c’è lavoro e quello che c’è rischia di finire, basti pensare ai cantieri navali di Castellamare di Stabia (dove è stata costruita la prima nave in ferro!) ora a rischio chiusura. Il problema dei rifiuti, oggetto di speculazioni su cui campa parecchia gente. E poi le scuole, gli asili, il traffico, le abitazioni, le infrastrutture, la sicurezza e chi ne ha, più ne metta. Il tutto condito da un colossale debito di cui non si conosce nemmeno l’entità precisa. Svariati miliardi di euro. E la necessità di approvare il bilancio preventivo entro un paio di settimane, pena il commissariamento. Una polpetta avvelenata lasciatagli da Rosa Russo Jervolino. Altro che le fatiche d’Ercole! Non c’è solo da ripulire le strade dai rifiuti, ma sopratutto l’amministrazione dal malaffare. E poi il senso civico… Una città disastrata da ricostruire. Si circonderà di personale adatto, ma basterà? Il Pd, obtorto collo, solo dopo la pressione di Napolitano, ha dato l’indicazione di voto per lui. Ranieri, il deputato Pd che s’è battuto per lui, non è molto popolare in città. Non dimentichiamo che il Pd ha dovuto annullare le primarie effettuate, per infiltrazione camorristica. Azzeccato il commento di Donadi, il capogruppo alla Camera dell’Idv: «Se risolve i problemi di Napoli, tra cinque anni abbiamo il premier!» Senza dimenticare che la Regione e la Provincia sono guidati da rappresentanti del Pdl, uno dei quali puzza di camorra lontano un miglio. Forse conviene ricordare Masaniello e come finì, incrociando le dita perché, invece, riesca il miracolo.
Anche Cagliari e Trieste sono entrate nell’area progressista. Cosolini, il nuovo sindaco triestino, ha commentato sorpreso: «è veramente finito il 900!» Viene dal Pci del periodo delle reciproche accuse, per le foibe e le ritorsioni politiche conseguenti, con la destra ex-fascista predominante in città. Cagliari è l’esempio della speranza, ultima risorsa di una città stremata dal malgoverno dei palazzinari (anche quelli del Pd che mandarono a casa Soru) e delle caste professionali. Eletto, anzi plebiscitato, un ragazzo di trentacinque anni, un viso sorridente, senza rughe che da buon sardo non pronuncia mai una parola di troppo. Massimo Zedda, che viene dal Sel di Vendola, ha vinto le primarie di coalizione, quelle che a Sansepolcro non si potevano fare. Le primarie danno una legittimazione forte.
Anche Novara, il feudo di Cota, il presidente regionale leghista del Piemonte, è entrata nell’area progressista. Ora si pone il problema delle prossime mosse, a partire dai referendum. Apprezzabile il comportamento di Bersani che ha avuto il buon senso di non fare il protagonista e tentare di appropriarsi di queste vittorie. Ha anche dato indicazioni di voto per i quattro sì ai referendum. Il Pd è diventato, al nord dove si è votato, il primo partito (27%) contro il Pdl (22,5%) e la Lega (10,9) entrambi in forte calo di consensi. Cresce anche il Sel di Vendola (4,6%).
Una ulteriore osservazione di questa nuova realtà. Tutti i capoluoghi di regione al nord, Trieste, Venezia, Milano, Torino, Genova sono amministrati dall’area progressista. Non significa, però, che il governo nazionale sia già conquistato. Occorre prepararsi a conquistarlo. Spero che Bersani sappia controllare quei dirigenti (con i quali non abbiamo mai vinto), tipo D’Alema che già propone il modello Marche, quello dell’alleanza con l’Udc, ma sappia assecondare e accompagnare le scelte proposte dal basso. C’è urgenza. Berlusconi deve lasciare il prima possibile. L’Italia, scrive Giannini di Repubblica, «è un paese paralizzato dall’inazione dell’esecutivo e dalla rendita dei monopoli, dall’inefficienza delle amministrazioni e dalla resistenza delle corporazioni». Anche il governatore della Banca d’Italia, prossimo governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, elenca i nodi da sciogliere. Sette riforme urgentissime: la giustizia civile, la pubblica amministrazione, la liberalizzazione dei servizi, la realizzazione delle infrastrutture, il mercato del lavoro, l’occupazione femminile, la protezione sociale. Persino Emma Marcegaglia ha stigmatizzato l’inazione del governo: «Dieci anni persi per le mancate riforme». Ma loro dov’erano?
Una considerazione di fondo: senza il Pd l’area progressista non potrebbe mai vincere, ma l’egemonia del Pd ci porterebbe a fondo. Insomma ce n’è di carne al fuoco, ma chi controllerà il barbecue?

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